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UN DIO "A MISURA D'UOMO"
Il culto di Ercole a Introbio attraverso il materiale epigrafico
Quando i Romani conquistarono la Gallia Cisalpina ebbe inizio, tra
il II e il I secolo a.C., il cosiddetto processo di romanizzazione del
territorio: i modelli economici, politici, religiosi e culturali dei conquistatori
vennero trasmessi presso le comunità locali dando vita ad una nuova
realtà storica nel confronto tra la romanità italica, l'ellenismo
orientale e la tradizione indigena di ascendenza celtica. In questa fase
di adeguamento allo stile di vita romano, caratterizzato da vistose e
spesso drammatiche trasformazioni, anche le antiche divinità celtiche
locali non furono risparmiate e vennero assimilate agli dei del pantheon
greco-romano. Fu così che le principali divinità del mondo
religioso greco-romano (Giove, Giunone, Minerva, Mercurio, Diana ed Ercole)
presero il posto delle corrispondenti divinità celtiche indigene.
A Introbio, per esempio, è documentato, dopo la romanizzazione,
il culto di Ercole. Lo confermerebbero due epigrafi: un frammento di ara
con dedica ad Ercole, tuttora inglobato nel lato nord dell'edificio di
fronte all'attuale chiesa parrocchiale, e un'ara con iscrizione, scoperta
nel 1832 a Introbio (località "Caraveer") e attualmente
dispersa, dove, forse, un legionario romanizzato del I sec. d.C., un certo
Caius Valerius Rufinus, scioglieva un voto ad una divinità che
è stata identificata con ogni probabilità con Ercole. Ercole
era infatti una divinità popolare, anzi la più popolare
fra tutte e naturalmente la preferita fra i ceti più comuni. Non
era un dio vero e proprio, ma piuttosto un semidio: molti, tra cui il
dedicante dell'ara dei "Caraveer", preferivano rivolgersi a
lui, perché meno solenne, più a portata di mano, più
"simpatico", insomma.
1. La romanizzazione della Gallia Cisalpina e l'arrivo
dei Romani in Valsassina
Prima della conquista romana della Gallia Cisalpina(1)
erano stanziate in Italia settentrionale popolazioni di stirpe celtica(2)
già alla fine del V secolo a.C. All'arrivo dei Romani gli insediamenti
celtici del territorio vennero distrutti, le terre confiscate e il paesaggio
modificato con la deduzione di colonie(3) e con
le centuriazioni(4) .
Ma ecco in sintesi le principali tappe di questo processo. Nel 225 a.C.
i Romani sconfissero i Galli a Talamone e iniziarono la conquista della
pianura padana. La penetrazione romana a nord del Po, dopo la conquista
di Milano nel 222 a.C., la fondazione delle due colonie gemelle di Piacenza
e Cremona nel 218 a.C. e la definitiva sconfitta dei Galli Boi nel 192
a.C., si attuò attraverso una progressiva trasformazione culturale
della società che, dopo un iniziale momento di coesistenza tra
gli elementi culturali celtici e romani, portò in seguito all'adozione
del modello romano.
Il processo di romanizzazione del territorio, avviato nel corso del II
secolo a.C., fu accelerato nel corso del I secolo a.C. con una serie di
provvedimenti legislativi che ratificarono il progressivo ingresso degli
insediamenti dei territori a nord del Po nella compagine romana: nell'89
a.C. la Lex Pompeia de Transpadanis, promossa da Gneo Pompeo Strabone,
padre di Pompeo Magno, concedeva il diritto latino (ius Latii)
alle comunità italiche alleate - quindi anche ai Transpadani -
rimaste fedeli a Roma durante la guerra sociale (91-88 a.C.), mentre l'optimum
ius veniva attribuito agli abitanti delle colonie latine; nel 49 a.C.
con la Lex Iulia de civitate(5) il diritto
romano veniva concesso, per iniziativa di Gaio Giulio Cesare, anche "alle
popolazioni stanziate al di qua delle Alpi e sopra il Po"(6)
.
I ceti dominanti delle città di Milano, Brescia e Bergamo, ai quali
si appoggiavano i Romani, furono i primi ad essere romanizzati, mentre
il processo fu più lento nelle campagne e nelle regioni alpine,
più isolate dal punto di vista culturale e dove pertanto rimasero
in uso più a lungo le tradizioni precedenti. Quando tra il 42 e
il 41 a.C., a opera dei triumviri Antonio, Ottaviano e Lepido la provincia
Gallia Cisalpina fu abolita, il suo territorio divenne a tutti gli
effetti parte dello stato romano. La divisione augustea, nel 14 a. C.,
dell'Italia in Regiones concluse infine il processo di romanizzazione
dell'Italia settentrionale.
I Romani, dunque, giunsero in Valsassina verosimilmente negli ultimi decenni
del III e nei primi anni del II secolo a.C. dopo le vittorie di Roma sui
popoli gallici. Il processo di romanizzazione, in alcune aree già
molto avanzato, si sviluppò rapidamente, manifestandosi soprattutto
in fenomeni di urbanizzazione e monumentalizzazione dei centri indigeni
sul modello della città romana. Ma la romanizzazione fu anche un
complesso fenomeno di carattere militare, politico-istituzionale, economico
e culturale in senso lato che non risparmiò neppure la religione,
anzi determinò una progressiva integrazione religiosa tra le popolazioni
indigene e il mondo romano-italico: in una parola, l'assimilazione di
divinità celtiche indigene agli dei del mondo religioso greco-romano.
Fu così che le principali divinità del mondo religioso greco-romano
(Giove, Giunone, Minerva, Mercurio, Diana ed Ercole) presero il posto
delle corrispondenti divinità celtiche indigene. Un posto importante
lo occuparono Giove e Mercurio, citati in numerose epigrafi rinvenute
in tutto il territorio lecchese(7) , ma anche Ercole
che nella valle Padana si spartiva i favori della popolarità con
Mercurio, divinità celtica per eccellenza(8)
.
2. Il culto di Ercole a Introbio
"Sorsero
in questi secoli di dominazione romana sicuramente anche fra noi agli
Dei falsi e bugiardi, are, delubri e pantei, che per incuria od ignoranza
saranno andati perduti"(9) . Così scriveva
nel 1840 lo storico Giuseppe Arrigoni (Introbio, 1811-1867) nelle sue
Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe. Non
molti, infatti, sono i reperti romani documentati nel territorio valsassinese:
ritrovamenti monetali di epoca romana a Cremeno(10)
, Introbio(11) , Margno(12)
e Primaluna(13) ; due are votive a Introbio; un'ara
funeraria a Vendrogno(14) . Prenderemo in esame
le iscrizioni sacre rinvenute a Introbio che confermerebbero il culto
ad Ercole in questa zona, un culto del resto molto diffuso anche nell'area
cisalpina(15) . Ercole era infatti una divinità
popolare, la più popolare fra tutte, e naturalmente la preferita
fra i ceti più comuni. Nella mitologia ufficiale Ercole non era
neppure un dio vero e proprio, compreso fra i maggiori (Giove, Giunone,
Minerva, Mercurio), ma piuttosto un semidio, un eroe innalzato alla divinità
per i suoi meriti straordinari: il che non impedì tuttavia, anzi
facilitò, che molti preferissero rivolgersi a lui, perché
meno solenne, più a portata di mano, più "simpatico",
insomma. A Introbio Ercole potrebbe essere l'eroe combattente protettore
del luogo di passaggio(16) , a garanzia dell'inviolabilità
dei viandanti.
2. 1. L'ara ad Ercole (724 Pais)
L'ara
ad Ercole (altezza massima m. 0.50; massima larghezza m. 0.30) si trova
attualmente inglobata nel lato nord (abside) dell'ex chiesa di S. Antonio
Abate (ora casa Selva(17) ), di fronte all'attuale.
Sull'ara è leggibile soltanto HERCVLI, oltre alla data, che vi
compare incisa appena sotto la dedica e che indica probabilmente l'anno
dell'inglobamento dell'ara nella parete muraria (1595) e non già,
come sosteneva A. Garovaglio, la data "in cui si finiva di fabbricare
la Chiesa"(18) , dal momento che la chiesa
di S. Antonio Abate, situata lungo la provinciale, risultava parrocchiale
già nel 1566, al tempo della prima Visita pastorale di S. Carlo
(25 ottobre 1566)(19) . La data impedisce inoltre
di leggere un eventuale prosieguo del testo. L'iscrizione in questione,
di età romana, deve essere molto antica: l'indicazione al dativo
della sola divinità è indizio di antichità(20)
. Che l'area in questione sia antica è provato anche dal ritrovamento,
nella seconda metà del 1800, di una tomba del IV sec. d.C. nel
cortile della ex chiesa di S. Antonio e della casa parrocchiale(21)
.
Dal punto di vista paleografico, l'esame dell'iscrizione crea non pochi
problemi: come già osservava A. Garovaglio, l'iscrizione risulta
"guasta, e dell'H sen fecero due I I levando di mezzo il tratto d'unione.
Del C se ne fece un O approfondendosi un pochino nel sasso e sulle parole,
non saprei con quali intendimenti" (22).
Il cippo di Introbio avvalorerebbe in ogni caso se non espressamente il
culto ad Ercole in questa zona almeno la presenza di un'area cultuale
o semplicemente l'esistenza di un substrato di epoca romana.
2. 2. L'ara di Caius Valerius Rufinus (C.I.L. V, 5204)
Questa ara fu rinvenuta nel 1832 con modalità imprecisate a Introbio(23)
(località Caravèro o Cavrer, dial. Caraveer(24)
). Secondo Pietro Pensa l'ara sarebbe franata dalla soprastante località
Piazzolo o Pezza(25) . L'iscrizione è lacunosa
della prima linea e, essendo l'ara attualmente dispersa, non è
possibile controllare l'illeggibilità della linea mancante. Ecco
il testo nella trascrizione dell'Arrigoni:
[---]
INVICTO
VS
C.V. RVFINVS
V L V
L'epigrafe in esame è una iscrizione sacra, un'ara votiva per
la precisione: il testo ricalca l'usuale schema con dedica alla divinità
in caso dativo (INVICTO) e nome dell'offerente al nominativo (C V RVFINVS);
c'è poi la formula con cui il dedicante esprime la sua riconoscenza
e ricorda l'adempimento del voto: V(otum) S(olvit). L'iscrizione è
stata finora attribuita, dall'Arrigoni(26) in poi,
al dio Mitra. L'Arrigoni integra infatti: DEO SOLI / INVICTO (cfr. anche
Chevallier). Secondo la Vavassori, invece, l'epiteto invicto alla
linea 2 potrebbe essere ragionevolmente attribuito al dio Ercole, che
ben gli spetterebbe questa dimensione di invincibilità, ampiamente
documentata del resto in diverse iscrizioni dell'ager mediolanensis(27)
e comensis(28) . Verrebbe così ulteriormente
confermato il culto ad Ercole in questa zona.
Per quanto riguarda il dedicante dell'ara, viene ricordato un certo Caius
Valerius Rufinus, un legionario romanizzato del I secolo d.C., se
è esatta l'integrazione V(eteranus) L(egionis) V (quintae).
"Di questa lezione" - scriveva in una nota l'Arrigoni - "vo
debitore alla gentilezza del chiarissimo cav. Dott. Labus, I. R. Epigrafista
aulico. Le ultime tre sigle però essendo state scritte così
VI V, furono da lui lette Sextumvir; ma esaminate poi attentamente,
si riconobbero e si lessero nei modi suespressi".
Conclusioni
Le iscrizioni sacre rinvenute a Introbio, pur non confermando in maniera
insindacabile il culto ad Ercole in questa zona, avvalorerebbero la presenza
di un'area culturale o semplicemente l'esistenza di un substrato di epoca
romana.
Marco Sampietro
Riferimenti bibliografici
- Sui Celti della Gallia Cisalpina:
V. Kruta-V.M. Manfredi, I Celti in Italia, Mondadori, Milano
1999.
- Sulla romanizzazione dell'Italia settentrionale:
R. Chevallier, La romanisation de la Celtique du Pô. Essai
d'histoire provinciale, École française de Rome, Palais
Farnese, Roma 1983.
M.P. Rossignani, Romanizzazione e romanità negli insediamenti
urbani dell'Italia transpadana, in AA. VV., Tesori della Postumia: archeologia
e storia intorno a una grande strada romana alle radici dell'Europa,
Electa, Milano 1998, pp. 315-324.
M. Tizzoni, La romanizzazione dei territori alpini: continuità
della tradizione preromana in area alpina, in "Atti del 2°
convegno archeologico regionale", Como 1986.
P.L. Tozzi, Storia padana antica: il territorio fra Adda e Mincio,
Milano 1972.
A. Valvo, Cesare e i Transpadani, in "Humanitas" 57
(1/2002), pp. 53-68.
- Sulle epigrafi romane del territorio comasco:
M. Mascetti, Note sulle epigrafi latine pagane del Lario e delle
sue valli, in "Communitas", n. 1-2 (1977), pp. 141-167.
A. Sartori, Le iscrizioni romane. Guida all'esposizione, Comune
di Como, Musei Civici Como, New Press, Como 1994.
- Sulle epigrafi romane del territorio lecchese:
G. Arrigoni, Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe,
Pirola, Milano 1840, pp. 29-31.
ID., Documenti inediti riguardanti la Storia della Valsassina,
vol. I, fasc. III, p. 223
A. Borghi, Lecco romana da Cesare a Teodorico, Associazione "G.
Bovara", Lecco 1977.
ID., Il territorio di Lecco prima dei Romani, Banca Popolare
di Lecco, Lecco 1976.
G. Daccò-M. Ruffa, Un Museo per l'archeologia a Lecco,
Electa, Milano 2003.
A. Garovaglio, Scoperte archeologiche in Valsassina: necropoli di
Casargo e d'Introbbio, in RAC, f. 21 (giugno 1882), pp. 6-21.
A. Giussani, Nuove iscrizioni preromane, romane e cristiane del territorio
comasco, in RAC, 1907, pp. 160-162.
F. Magni, Il ponte visconteo di Lecco, in RAC, nn. 102-103-104,
a. 1931, p. 113, nota n. 1
P. Pensa, La presenza militare dei Galli e dei Romani nel territorio
orientale del Lario a guardia delle strade e delle miniere del ferro,
in "Rivista Archeologica dell'antica provincia e diocesi di Como",
158 (1976), pp. 103-145.
M. Vavassori, Considerazioni sulle epigrafi romane nel territorio
lecchese, in Carta Archeologica della Lombardia, vol. IV,
La Provincia di Lecco, a cura di S. Casini, Panini, Modena 1994, pp.
261-272.
_________________________________
1 - La Gallia Cisalpina
andava dalle Alpi al Rubiconde ed era divisa dal corso del Po in Transpadana
e Cispadana.
2 - I Liguri, gli Insubri, i Cenomani, i Veneti.
3 - Nel mondo romano la colonia era un'agglomerazione di cittadini (colonia
civium Romanorum) o di cittadini e latini (colonia Latina) ai
quali veniva assegnato un territorio tolto al nemico per fondare una città
nuova oppure per insediarsi in una città preesistente.
4 - Con il termine centuriazione (lat. centuratio) si indica la pratica
con la quale il mondo romano provvedeva all'organizzazione del terreno agricolo
di una colonia, frazionandolo in cento appezzamenti uguali (centurie) secondo
le linee incrociate del cardo e del decumanus.
5 - Cfr. A. Valvo, Cesare e i Transpadani, in "Humanitas"
57 (1/2002), pp. 53-68.
6 - Dion. Cass. XLI, 36, 3.
7 - Giove era venerato a Lecco (C.I.L. V, 5213), Cremella (O. Perler, Recherches
sur les Dialogues et le site de Cassiciacum, in "Augustinus",
XIII [1968] 1968, n. 51; G. Zecchini Una dedica a "Iuppiter impetrabilis"
a Cremella (Como), in "Rendiconti dell'Istituto Lombardo - Classe
di Lettere e Scienze Morali e Storiche", CX [1976], p. 180; G. Besana,
Problemi di epigrafia latina in Brianza: Valle Guidino, Cassago, Barzanò,
Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università
degli Studi di Pavia, a.a. 1985-1986), Barzanò (C.I.L. V, 5660) e
Missaglia (C.I.L. V, 5699). Mercurio è documentato a Casatenovo (C.I.L.
V, 5700) e probabilmente a Oggiono (A. Magni, Due iscrizioni romane inedite
in circondario di Lecco, in RAC, 48-49, p. 86; M. Mirabella Roberti,
Itinerari per la Brianza romana, in Storia di Monza e della Brianza,
vol. IV, tomo I, Milano 1976, p. 25).
8 - Caes., VI, 17, 1: Deum maxime Mercurium colunt: huius sunt plurima
simulacra; huius omnium inventorem atrium ferunt, hunc viarum atque itinerum
ducem, hunc ad quaestus pecuniae mercaturasque habere vim maximam arbitrantur.
9 - G. Arrigoni, Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe,
Pirola, Milano 1840, p. 23.
10 - Scarse sono le notizie di questo ritrovamento: G. Arrigoni ricorda
una moneta di Germanicus, combusta, ritrovata in un'urna cineraria
con le ceneri del defunto.
11 - Abbiamo notizia di due ritrovamenti: il primo in Piazza Cavour ed il
secondo a S. Antonio.
12 - Nel 1930, in seguito ad una frana venne trovata una tomba con doppia
deposizione; del corredo, che andò perduto, si sa con certezza che
vi erano due monete: una di Germanicus (15 a.C. - 19 d.C.), figlio
di Druso e fratello di Claudio, ed una di Claudius, che regnò
dal 41 al 54 d.C. Ecco la descrizione del rinvenimento in breve nota di
Fermo Magni: "lo scorso anno (1930 NdR) a Margno, nell'orto di Cesare
Grattarola, fu scoperta una tomba nella quale insieme con le ossa di due
morti si trovarono oggetti vari che andarono dispersi e due monete, che
io potei ritirare e che sono ancora in mio possesso" (F. Magni, Il
ponte visconteo di Lecco, in RAC, nn. 102-103-104, a. 1931, p. 113,
nota n. 1). Cfr. inoltre P. Pensa, op. cit., p. 127.
13 - A Barcone, durante la demolizione del muro di una casa, venne ritrovato,
prima del 1840, "un bronzo dell'imperatore Otho": si tratta,
con tutta probabilità, di una riproduzione cinquecentesca ad opera
del medaglista padovano Giovanni da Cavino.
14 - Questa ara funeraria in marmo bianco di Musso con iscrizione attualmente
non più leggibile fu recuperata nel 1905 da A.G. Casanova a Vendrogno,
in via Maggiore, corte delle case coloniche di proprietà Vitali ed
Invernizzi (via Roma), corrispondente all'area attualmente in fondo a via
Anastasia.
Ecco il testo dell'iscrizione:
L TVLLIVS
SECVNDVS
[---]VISS[---]
[---]IVIA[---]
L. Tullius Secundus
(indicato nelle prime due linee) potrebbe essere il defunto stesso che
ha predisposto da vivo l'ara, oppure il dedicante dell'ara funeraria per
qualche parente. Il reperto è conservato al Museo di Como. Cfr.
A. Giussani, Nuove iscrizioni preromane, romane e cristiane del territorio
comasco, in RAC, 1907, pp. 160-162; P. Pensa, op. cit.,
1976, p.127.
15 - "Hercule semble avoir eu plusieurs correspondants celtiques
et l'on c'est souvent contenuté de justaposer plutöt que d'assimiler"
(R. Chevallier, La romanisation de la Celtique du Pô. Essai d'histoire
provinciale, École française de Rome, Palais Farnese,
Roma 1983, p. 491).
16 - P. Pensa, Le antiche vie di comunicazione del territorio orientale
del Lario e le loro fortificazioni, Casa Editrice Pietro Cairoli,
Como 1977.
17 - L'antica parrocchiale di S. Antonio Abate è ancora congiunta
alla canonica ma, passata in mani private, fu trasformata in abitazione
civile.
18 - A. Garovaglio, Scoperte archeologiche in Valsassina: necropoli
di Casargo e d'Introbbio, in RAC, f. 21 (giugno 1882), p. 21.
19 - Giunto a Introbio il card. Carlo Borromeo visitò la chiesa
parrocchiale di Sant'Antonio: visitata fuit eclesia parochialis sancti
Antonij (cfr. E. Cazzani, San Carlo in Valsassina. Visite pastorali,
evoluzioni parrocchiali, memorie attuali, NED, Milano 1984, p. 349).
20 - Cfr. L. Calabi Limentani, Epigrafia latina, Cisalpino, Milano-Varese
1968, p. 182.
21 - G. Arrigoni, Documenti inediti riguardanti la Storia della Valsassina,
vol. I, fasc. III, p. 223: "A p. 30 delle Notizie storiche
si riportarono due antiche lapidi ivi rinvenute e da una di esse, che
ricorda un milite veterano, si poté congetturare che vi fosse a
custodia una stazione militare romana. Tale congettura vien ora maggiormente
appoggiata da un avanzo di un'ara votiva al Dio Ercole in marmo bianco,
che nel 1856 feci levare da una parete della chiesa di S. Antonio, da
cui non sporgeva che l'aggetto della cornice, ed eccolo: HERCVLI. Nella
corte dell'attigua casa parochiale ad un metro circa di profondità
si rinvennero pezzetti di carbone di faggio e pino, un'urna cineraria,
ossa, una lancia, un coltello e varj utensili di ferro e d'ottone. In
altre località si trovarono monete degl'imperatori Massimino e
Costantino II e del console Agrippa genero di Augusto"; A. Magni,
Nuove scoperte a Introbio, in RAC, 1929, p. 95; M. Bertolone,
Repertorio di ritrovamenti e scavi di antichità romane avvenuti
in Lombardia, in Lombardia Romana, vol. II, Milano 1939, p.
241.
22 - A. Garovaglio, Scoperte archeologiche in Valsassina: necropoli
di Casargo e d'Introbbio, in RAC, f. 21 (giugno 1882), p. 21.
23 - "Un'altra pietra infranta al principio ed alla fine dissotterrata
nel 1832 poco lungi dalla medesima terra d'Introbio al luogo detto Caravèro,
che è un dosso formato da uno scoscendimento di monte" (G.
Arrigoni, Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe,
Pirola, Milano 1840, p. 23).
24 - La località era così chiamata perché molto sassosa:
la denominazione deriva da caravé "macereto, sasseto,
masso in macerie", voce lombarda caravée, formazione
con il suffisso *car(r)avo "sasso" (cfr. ticin., com.
gàrov "mucchio di sassi"; piem. garavela
"calcinaccio"; a. lig. caravellata "quantità
di pietre"; lat. medioev. caravum "mucchio di pietre").
25 - "In una località tra le valli del Troggia e dell'Acquaduro,
posta un centinaio di metri sopra Introbio, un'antica tradizione dice
che sorgesse l'abitato più antico, disteso su un pianoro tra La
Pezza e Piazzolo, poi precipitato nella sottostante località Craver"
P. Pensa, La presenza militare dei Galli e dei Romani nel territorio
orientale del Lario a guardia delle strade e delle miniere del ferro,
in "Rivista Archeologica dell'antica provincia e diocesi di Como",
158 (1976), p. 127.
26 - "La pietra ricorda un Rufino che eresse ivi un'ara votiva al
Dio Sole, certamente perché credette di aver ricevuta qualche grazia
da questa gentilesca deità [
] può appartenere al terzo
od al quarto secolo dell'era cristiana"
27 - C.I.L. V, 5593, 5606, 5645, 5724.
28 - C.I.L. V, 5686, 5687, 5688, 5693.
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